martedì 19 settembre 2017

King Parrot - Ugly Produce: non esistono le mezze misure

(Recensione di Ugly Produce degli King Parrot)


Una delle segnali più importanti che ti portano a capire che stai facendo qualcosa d'importante è la sponsorizzazione di qualche famoso. Capiamoci, non sto parlando di un aspetto economico ma soltanto del fatto che qualcuno "grande" faccia complimenti sulla tua propria strada musicale. Com'è naturale i famosi hanno sempre uno sguardo particolare per scovare certe cose. Sanno che cosa hanno vissuto e qual è stato il processo che gli ha portati ad essere quello che sono, per quello hanno la capacità di capire molto più velocemente quando c'è del talento o meno in qualche artista. 

Ugly Produce

Gli australiani King Parrot sono stati inondati di parole dolci da parte di diversi personaggi essenziali nella storia del metal, come Phil Anselmo. Per quello l'arrivo di questo loro terzo disco, intitolato Ugly Produce, diventa un esame molto esaustivo di quello che sanno fare e del ruolo che piano piano si stanno conquistando. Credo che bastano pochi ascolti per capire come un personaggio come Anselmo vede in questa band quello che lui ama nella musica. Forse la cosa che unisce entrambi questi artisti è il fatto che non esistono barriere dentro quello che fanno. Sono dei pugili pronti a sferrare una serie infinita di pugni che si fermerà soltanto quando il loro rivale cadrà disteso al tappetto. Per quello questo disco non ha sosta, non ha artifici, non ha trucchi che allunghino il brodo. E' una bomba sonora a tutti gli effetti. Una bomba che esplode trascinando con sé tutto quello che c'è intorno. Questo è un disco così diretto che non da il tempo di iniziare a digerirlo che è già finito. Le sue dieci tracce non cercano di conquistare l'ascoltatore, è un lavoro che si ama o si odia, senza alcuna via di mezzo.

Ugly Produce

Ugly Produce non cerca il alcun modo di essere un disco piacevole, non vuole regalare momenti di apertura. E' dall'inizio alla fine un discorso continuo. E' una overdose di metal mescolato all'harcore. E' una macchina fuori di controllo che non accenna a fermarsi. I King Parrot risultano pesanti, asfissianti e sgradevoli. Non hanno peli sulla lingua e sono pronti a sparare su tutto, sulla nostra società, sul modo di essere di tante persone, sulla non vita che viviamo, o che ci fanno vivere. Sanno che l'unico modo di far diventare effettivo il loro discorso è quello di non usare mezze misure, di sparare fino ad aver scaricato tutto il caricatore. Per quello non c'è uno strumento, o una traccia vocale, che non siano graffianti, agitati e spregiudicati. Per quello ricordano molto il thrash degli anni 90, il punk dei 70 o l'harcore pure questo dei 90. Perché quella energia, messa a servizio di quel messaggio è qualcosa che oramai non si vede tanto. Sembra che nel rincoglionimento generale del mondo ci sia stato anche un modo di tacere tante di queste voci, anzi, si è diventati molto più estremisti, cercano di vivere in modi inesistenti, migliori o peggiori di quello che è veramente il nostro mondo.

Ugly Produce

Come ho detto prima Ugly Produce è un disco che si ama o si odia, ed è proprio questo il pregio che dobbiamo riconoscere ai King Parrot. Non vogliono risultare simpatici a tutti i costi ma non vogliono neanche essere quella voce fuori dal coro da venerare ed ammirare. Loro cantano quello che vedono, quello che vivono. Cantano il disastro di mondo che è diventato questo mondo. Vanno avanti su quella strada senza voler essere piacevoli, pionieri di qualche corrente di pensiero o altro. Loro non vogliono piacere perché non c'è niente di piacevole dentro di quello che fanno. Sono onesti come pochi, per quello o gli ami o gli odi.

King Parrot

Visto che c'è una grande linea di coerenza tra tutti i brani di questo lavoro è difficile individuarne qualcuna specifica da approfondire, ma per darvi un po' la visione di quello che può essere questo disco pesco la prima e l'ultima traccia.
Entrapment apre questo disco con l'energia in alto sin dal primo riff di chitarra. Ripeto, qua stiamo di fronte agli ereditieri di un modo, più che un genere, di vivere la musica. Per quello questo è un costante bombardamento di 2 minuti e 49 secondi. Il primo round è andato e l'avversario fa già fatica a reggersi in piedi.  
Spookin' the Animals è il brano più lungo di questo lavoro, essendo l'unico che supera i 4 minuti. Forse, dentro a quello che è il margine nel quale si muove la band, è possibile affermare che si tratta del brano più "riflessivo" quello che lascia piccoli spiragli dai quali si può, brevemente, respirare. 


Non credo che una società perfetta riesca mai ad essere reale, è qualcosa di utopico, ma se ci avviciniamo a viverne una di quel genere è essenziale che si ascoltino tutte le voci possibili, perché quella differenza di vedute molto spesso mostrerà la realtà. In quell'ambito una voce come quella dei King Parrot è fondamentale, perché non cerca di mascherare le cose, le dice come sono e basta. Ugly Produce è brutale ma è vero, e quello è quello che veramente conta.

Voto 7,5/10
King Parrot - Ugly Produce
Agonia Records
Uscita 22.09.2017

lunedì 18 settembre 2017

Epitaph - Claws: il ritorno che fa bene

(Recensione di Claws degli Epitaph)


Il ritorno. Può essere una tappa fondamentale nel percorso di ciascuno. Un porto d'arrivo dopo aver vissuto una personale odissea. Ma può essere una specie di "pit stop", un modo di ricaricare le pile prima di continuare con quello che uno si era prefissato. Ma ci sono ancora altre possibilità, perché un ritorno può essere anche una resa, un modo di dire "non ce l'ho fatta". Insomma, come concetto è sempre forte, perché tornare a qualcosa che si conosce è uno degli atti che possono essere realizzati con la maggior consapevolezza.

Nel caso dei veronesi Epitaph il ritorno sembra rigenerante, sembra il proseguo di una strada già molto definita, chiudendo così una parentesi bella lunga. Bisogna infatti pensare che durante una ventina d'anni questo progetto è rimasto congelato per riprendere vita soltanto nel 2014. Come capita spesso quando i ritorni sono molto graditi e danno dei bei frutti l'entusiasmo schizza alle stelle e la voglia di scrivere nuove pagine diventa una conseguenza naturale. Tradotto in altre parole Claws, disco del quale vi parlo questo oggi, è la dimostrazione di un atto dovuto e molto gradito. Ma cosa fa di questo disco una nuova vera proposta e non un semplice esercizio nostalgico? Per rispondere a questa domanda bisogna assolutamente ascoltare il disco. E' innegabile che il sound della band non è odierno ma quello che viene fuori è una nuova luce dentro ad un genere molto coriaceo come il doom, nel loro caso con un importante tocco progressivo. Questo tocco non è dovuto a contaminazioni con altri generi o stravolgimenti che diano luogo a dibattiti sulla natura più o meno azzeccata di queste novità. No, nel loro caso questo contributo può essere riassunto in questa idea: gli Epitaph hanno composto un disco pregevolissimo.

Claws

Per me risulta sempre molto delicato il confine che si crea quando si è immersi dentro a un genere con una chiara sonorità "classica". E' molto delicato perché basta un nulla per cadere nell'imitazione e allo stesso tempo risulta molto difficile regalare nuovi aspetti ed idee inedite. Per quello credo che Claws abbia un peso molto pesante. Ed il perché di questa buona riuscito dev'essere cercata nella capacità musicale dei quattro componenti degli Epitaph. Sin dalla prima nota si sente che non siamo di fronte a musicisti alle prime armi ma chi suona in questo disco conosce perfettamente il mestiere. Ma questo non basta per costruire un bel disco. E' necessaria una comunione tra la capacità interpretativa e quella compositiva. Ed è proprio qua che questo disco scoppia. Le cinque tracce che formano questo lavoro son intense, vissute, a tratti epiche, sono cinque racconti inglobati nella stessa opera. Sono lavori guidati da una voce importante, che mostra la strada. Sono lavori dove la chitarra assume il ruolo principe della chitarra, cioè essere, in un certo modo, lo strumento re del rock e del metal, lo strumento che dà le principali caratteristiche musicali a quello che si suona, infatti è molto logica la scelta di un sound che ci porta indietro nel tempo alla fine degli anni settanta. Ma tutto questo non avrebbe senso, o si disperderebbe, se non fosse per la basse ritmica compatta e sorprendente di basso e batteria. Questa base non si limita assolutamente a sorreggere i restanti componenti del gruppo ma si ricava l suo spazio dove diventa assolutamente protagonista dando mostra di divertimento. Cosa intendo con divertimento? Che si sente che c'è un groove ed una confidenza tale d'acconsentire di andare oltre a quello che basterebbe per dare ancora più elementi alle costruzioni sonore della band.

Non sono mai stato troppo amico degli esercizi nostalgici, del tornare a sentirsi giovani come se si fosse vittime di una crisi che ci obbliga a regredire. La meraviglia di questo Claws è che quest'impressione non esce mai fuori. Non sembra di stare di fronte a quattro "vecchietti" che ricordano i loro tempi d'oro. Gli Epitaph sono tornati con grandissima personalità e con la voglia di dimostrare che con intelligenza l'esperienza si traduce in grandi lavori.

Epitaph

Basta ascoltare la traccia d'apertura del disco, Gossamer Claws, per rendersene conto di quello che certo di raccontarvi. La chitarra è indemoniata e riesce ad esserlo ancora di più grazie alla base frenetica che ha sotto. La voce entra pronta a fare interventi molto interessanti dove le armonizzazioni non mancano. C'è quel sapore di qualcosa classico ma un'aria tutta nuova che sorprende.
Sizigia è invece un brano dove rimane in evidenza la capacità musicale dei tre strumentisti. Particolarmente piacevoli sono gli interventi del basso, che sfoggia un ampio repertorio dando una serie di sfumature trascinanti. Ma è anche il lavoro corale, la capacità di andare da una parte all'altra quella che ingrandisce questo lavoro.


Personalmente non so cosa, nello specifico, avrà portato gli Epitaph a tornare insieme e a comporre nuovo materiale ma posso dire che una scelta del genere è veramente da ringraziare, perché Claws è un disco suonato, traspirato e vissuto, e all'ascoltatore tutto questo arriva. Con lo spirito originale di quello che era il doom originalmente ma con la voglia di regalare nuove idee. Bentornati.

Voto 8/10
Epitaph - Claws
High Roller Records
Uscita 22.09.2017

domenica 17 settembre 2017

Skein - Deadweight: tanta voglia d'arrivare lontano

(Recensione di Deadweight degli Skein)


Ultimamente cerco di riflettere molto su diverse sfumature della musica ed oggi voglio parlare del concetto di modernità. Essenzialmente, che cos'è la modernità? Come succede con tante domande potremmo cercare risposte in tanti ambiti e non soltanto quello musicale, ma visto che mi occupo di quest'arte credo che è più logico cercare una risposta in quella linea. La modernità sicuramente indica un'evoluzione ed una novità, la modernità traduce quello che è la strada del mondo in un discorso artistico. La modernità è anche un qualcosa che anticipa i tempi, che fa presumere come saranno le cose in futuro e, naturalmente, ad un certo punto quello che era moderno diventa antico.

Nel metal si tende ad inglobare nel concetto, non molto bene definito, di modern metal tutti i generi che hanno delle caratteristiche nuove, molto spesso figlie del crossover con generi ce prima sembravano non poter ritrovare alcuno spazio dentro di questo mondo musicale ma che, col tempo, sono stati accettati. La band della quale vi parlo quest'oggi rientra perfettamente in questa qualificazione. Si tratta del gruppo finlandese Skein che sta per pubblicare il loro secondo full-lenght intitolato Deadweight. Nel caso di questo disco gli elementi che danno una parvenza "moderna" alla loro proposta sono la convivenza di tra direzioni essenziali: per una parte, com'è logico, abbiamo il metal, d'altra il rock alternativo e per completare il quadro c'è una forte parte dark. Anni fa pensare che il metal potesse avvicinarsi a suoni "alternativi" era qualcosa d'impensabile ed è stato sicuramente ad una band monumentale come i Tool che le carte sul tavolo sono state rimescolate. Infatti in questo disco ci sono momenti che richiamano parecchio la strada musicale della band di Maynard James Keenan. La differenza con la loro musica è che gli Skein sono più immersi dentro al metal e alla potenza che c'è dentro a quel genere, diventando così molto più concreti e meno spaziali.

Deadweight

Ma Deadweight regala anche altre novità con rispetto alla band prima nominata. In questo disco convivono due voci, una pulita ed una distorta, che dialogano apertamente dosando l'impiego di ciascuna in base all'intenzione del messaggio da recapitare in ogni momento. E credo che non sia sbagliato partire proprio dall'idea che il lavoro vocale orienta la direzione musicale dei brani. Per quello quando abbiamo delle parti tranquille si sente molto un lavoro "alternativo", invece quando entra la voce distorta è il metal che esplode. Le vie degli Skein sono interessanti perché quando si diventa più "metal" ci sono tante tracce di generi come post metal o una convivenza di generi che fanno pensare al, ormai superato, nu metal o a tutto quello che è venuto dopo. La cosa curiosa è che geograficamente questo genere di lavori proviene generalmente dagli USA e qui invece è un gruppo finlandese a portare avanti il discorso. Questo mi permette di dire che le idee che ci sono dietro a questo disco sono molto interessanti, ed in certi casi funzionano molto bene. C'è la voglia di partire da certi punti saldi per poi abbracciare tante altre direzioni, e la cosa funziona. Ma personalmente denoto certe mancanze nel lavoro vocale, soprattutto per quanto riguarda quella pulita, molto piacevole in certi brani ma un po' smarrita in altri, ed è un vero peccato perché se non fosse così, e se ci fosse un insistere su certe direzioni questo potrebbe essere uno dei dischi più interessanti di quest'anno.

Quando si nasce all'ombra di gruppi molto importanti è molto semplice non riuscir ad uscire mai alla luce. Deadweight è un disco che si affaccia sotto i raggi del sole e che riesce anche a brillare parecchio, ma subito dopo sembra rintanarsi nell'oscurità, come se non avesse tutti gli argomenti per presentarsi prepotentemente agli occhi del grande pubblico. Gli Skein hanno delle cose molto, molto interessanti, ma non sempre lo dimostrano. Potrei parlare di un disco meraviglioso che invece, purtroppo, rimane un po' a metà strada.

Skein

Pesco i due brani migliori di questo disco, due canzoni che fanno capire dove potrebbe arrivare la band.
Il primo è Seduction e anche se è innegabile l'influenza dei Tool o degli Soen quello che viene fuori è un brano bellissimo, intenso e trascinante. Questo è l'unico brano che ha solo voce pulita e funziona perfettamente. Questo grazie anche i ruoli molto diversificati di ciascun strumento, puntuali ed effettivi nel loro lavoro. Se tutto il disco fosse all'altezza di questo brano sarebbe uno dei migliori lavori del 2017.
Il secondo è Bound. Se prima eravamo dentro a quello che possiamo considerare come alternative metal in questo caso si aggiunge la parte dark e quella post. Mentre prima si aveva a che fare con un brano molto lineare questo qua è pieno di contrasti, di cambi di parti che ci portano da un immaginario sonoro ad un altro. Quando entra la parte distorta sembra quasi di essere di fronte ad una canzone dei Cult of Luna. Forse questo è il brano ce dal mio punto di vista potrebbe segnare la direzione che la band dovrebbe prendere, perché gli argomenti sono molto interessanti.


Un consiglio che do sempre in ambito musicale è che bisogna esagerare, che quando si prende una strada bisogna andare quanto più in fondo possibile. Ed è proprio il consiglio che darei agli Skein, perché l'impressione che ho ascoltando questo disco è che in certi momenti siano riusciti a centrare il bersaglio, e in quei momenti quello che ci arriva come ascoltatori è un bellissimo disco, ma in altri smarriscono la strada. Deadweight è una promessa che viene compiuta solo parzialmente.

Voto 7/10
Skein - Deadweight
Inverse Records
Uscita 22.09.2017

venerdì 15 settembre 2017

Soror Dolorosa - Apollo: la fine è un nuovo inizio

(Recensione di Apollo dei Soror Dolorosa)


"You ran, began with me and now
It ends, it's new,
it's better"

Apollo

Nei tempi frenetici che viviamo la moda cambia costantemente. Vedere delle immagini di quello che si indossava dieci anni fa diventa un esercizio quasi comico, per non parlare di quello che c'era vent'anni, trent'anni fa e così via. La cosa curiosa è che l'estetica gotica o metallara sembra, al giorno d'oggi, essere un motore fondamentale per definire quello che dev'essere indossato. Io non sono assolutamente un esperto di moda, e francamente me ne frego altamente, ma credo che se è così è perché il fascino dell'oscurità non solo è innegabile ma è anche molto più interessante, oltre a non tramontare mai. Peccato, però, che l'abito non fa il monaco.

Apollo

"Vittime" di quest'ondata di oscurità e di un'estetica che gli porta a essere dei fedeli rappresentanti del gotico troviamo i francesi Soror Dolorosa, gruppo che sin dai suoi inizi si è guadagnato l'ammirazione ed amicizia dei membri di progetti rinomati come Alcest o Les Discrets. Nei sedici anni di esistenza della band abbiamo soltanto tre LP ed è proprio dell'ultimo uscito che vi parlo quest'oggi. Questo disco, che esce dopo quattro anni di duro lavoro, si chiama Apollo e punta ad essere un disco molto importante. Essenzialmente quello che contraddistingue i 70 monumentali minuti di durata di questo lavoro è la full immersion  nel mondo gotico e nell'aspetto che forse, più che altro, contraddistingue questo modo di vivere, cioè una specie di adorazione verso il dolore. Nel caso di questo disco quest'aspetto viene fuori in tutte le cose che il gruppo canta, nel modo nel quale vengono suonate le canzoni che costruiscono questo nuovo mondo sonoro. Infatti questo è un disco che continua con la tradizione dei migliori lavori di gruppi come The Cure, Christian Death, Bauhaus o The Sisters of Mercy, vale a dire un modo di esaltare questa visione del mondo dove i dolori rappresentano il senso stesso della vita.

Apollo

Dal mio punto di vista quando un gruppo decide d'intraprendere questa strada molto spesso tende ad affidarsi a certe formule semplice e scontate che caratterizzano subito la loro musica. Per quello quando trovo dei progetti dove c'è invece un voluto sguardo più approfondito che regala elementi nuovi ad un genere come quello gotico non posso che essere felice, e questo Apollo dei Soror Dolorosa ha dei brani che sono di una bellezza scandalosa, brani che, dal mio umile punto di vista, passarono alla storia come esempi sonori di quello che è la musica gotica nel 2017. Detto questo c'è da dire che non tutto il disco è all'altezza di questi capolavori. Ci sono momenti molto alti, altri un po' più banali ed altri che danno spunti interessanti ma non sconvolgenti quanto quelli migliori. Ma nel complesso questo è un ottimo disco che merita attenzione e concentrazione, anche perché sarebbe assurdo presentare nei nostri giorni un lavoro con elementi comuni con quello che veniva fatto trenta o quarant'anni fa. Per quello è fondamentale, ed azzeccato, che la band aggiunga all'aspetto gotico dei linguaggi musicali più moderni, per quello ogni tanto abbiamo degli interventi di post rock che rendono molto più interessante il disco. Anzi, questo è un messaggio chiaro di come si può evolvere un genere affascinante ma che, qualche volta, fatica a trovare una nuova pelle. 

Apollo

La formula del successo di questo Apollo si basa su diversi fattori. Da una parte è un disco che quasi rende omaggio ai grandi classici gotici, dotati di un'eleganza irresistibile e di un compostezza bellissima, dove non si eccede mai, dove la poesia è così ben pensata che la profondità di certi discorsi diventa leggera e vellutata. D'altra parte il lavoro dei Soror Dolorosa sta nel regalare nuove sfumature che siano conseguenti al fatto di stare nel 2017 e di non poter portare avanti gli stessi discorsi del passato. Questo è il passaggio più delicato perché è molto più sottile. Non è presente nei testi delle canzoni, che non hanno un'età, né in altri aspetti, ma bensì nei modi di suonare, di regalare dei passaggi di un'altra dimensione alla loro musica. Se a questo aggiungiamo il fatto che due o tre canzoni sono veramente perfette allora viene fuori che questo è un disco destinato a lasciare una sua impronta.

Soror Dolorosa

Vi parlavo di tre brani che sono veramente splendidi, questi sono:
Apollo, brano d'apertura del disco che dà titolo all'intero lavoro. E' un brano cosmico e mitologico, un brano che è una dichiarazione d'intenti e di volontà. Uno sfogo che sembra essere rivolto a questi quattro anni di lavoro, un urlo che dice: "siamo tornati".
Another Life. C'è un elemento che si presenta più volte in questo disco, ed è quello dei nuovi inizi, del fatto che un finale è in realtà un nuovo avvio. Questo brano ed il prossimo che vi racconterò, girano intorno a quest'idea. Questa è l'apoteosi dell'immaginario gotico, il modo di urlare che il dolore dev'essere tramutato nella gioia di ricominciare. Per quello in mezzo a tutta la nostalgia che si può sentire c'è qualcosa di epico e di infinitamente bello.
The End. Indubbiamente è il punto più alto di tutto il disco ed un brano che dovrebbe essere suonato e risuonato da tutte le radio del mondo. Uno di quei brani che meritano di diventare "alla moda", non perché siano stupidi o facili, ma perché sono così belli da non vedere l'ora di riascoltarli. Questo è un brano da far imparare a memoria a qualsiasi persona che sta attraversando una rottura, perché così si capirebbe che un nuovo inizio è il modo corretto di vivere un finale, e che le prospettive future sono molto migliori di quelle passate. Divino.


Ascoltando Apollo viene fuori la sensazione di una devastante sicurezza degli Soror Dolorosa, un modo di aver capito che questo nuovo disco è una loro dichiarazione prepotente di quello che vogliono mostrare al mondo musicale. Hanno tutta la personalità per spaccare, per non essere in linea con nessuno perché non hanno bisogno di essere in linea con nessuno. La loro musica ed i loro messaggi denotano un modo di vedere la vita che è sicuramente gotico ma che esalta il perché di essere così. Sembra un disco che spingeva con urgenza la sua voglia di vedere la luce. Adesso tocca a noi raccoglierlo e spanderlo. 

Voto 8,5/10
Soror Dolorosa - Apollo
Prophecy Productions
Uscita 15.09.2017

mercoledì 13 settembre 2017

The Dark Red Seed - Stands With Death: la profonda ed elegante oscurità

(Recensione di Stands With Death dei The Dark Red Seed)


E' inutile, certa musica ha un profumo ed un sapore che vengono subito in mente. Certa musica sa di un certo posto a un certo orario e appena inizia vengono in mente tutte le immagini e le sensazioni che lo associano con quello che vene evocato. Naturalmente questo è un esercizio soggettivo ed a ognuno può venire in mente qualcosa di diverso ma per me certi dischi non si discostano mai da certe sensazioni. 

Stands With Death

Stands With Death è il primo EP firmato dal progetto The Dark Red Seed, progetto che nasce dall'intenzione e dalla capacità musicale di Tosten Larson, già famoso per essere il chitarrista di King Dude. In questo blog mi ero occupato di raccontarvi dell'ultimo disco di King Dude e potete leggere quella mia recensione qui. Come succede quando un artista decide di dare inizio ad un strada parallela viene fuori la domanda del perché, del come mai si faccia la scelta di impegnare energia non soltanto nel progetto "titolare" ma anche in qualcosa di alternativo. La risposta a questa domanda non è mai semplice o scontata ma in questo caso bisogna dire che, anche se ci sono diversi punti in comune, per tante altre cose i progetti differiscono.Rimane sempre come trait d'union l'oscurità, elemento che per entrambi i gruppi è un motore compositivo che finisce per diventare una presenza essenziale, quasi un compagno di avventure. Quello che differisce, invece, è che questo Stands With Death si dimostra un disco molto più suonato, vissuto, per certe cose più viscerale. Il discorso musicale non gira soltanto intorno alla figura di un front man pieno di personalità ma è l'insieme quello che diventa fondamentale. 

Stands With Death

Come dicevo nell'introduzione, certi generi musicali non riescono a distanziarsi da certe immagini e da certi quadri. Quello di The Dark Red Seed ha origine negli Stai Uniti profondi, quelli della quotidianità dei piccoli paesini sperduti che si nutrono di storie strane, di personaggi tanto bizzarri quanto intoccabili e di una realtà folkloristica complessa, figlia di mescola e mescola di generazioni e generazioni di abitanti di diverso origine. Ma Stands With Death sa anche di luce tenue, di piccoli palchi di legno in fondo a bar che sanno di alcool, segatura e fumo. Queste tre canzoni, che sono il biglietto di visita del gruppo, sanno di saggezza, di una sicurezza rappresentata da un'altezza intellettuale non indifferente. In questo quadro che abbiamo dipinto non c'è alcun dubbio sul fatto che appena la prima nota di questi brani invadesse l'aria si formerebbe un silenzio pesante, che nessuno sarebbe disposto ad interrompere perché l'incantesimo è stato lanciato ed è impossibile scapparne. 
Ma com'è la musica dei The Dark Red Seed? E' un dark folk d'importante altezza intellettuale che abbraccia come tematica e come sviluppo un'immaginario gotico. In altre parole è come prendere un Nick Cave facendolo diventare molto più oscuro di com'è. 

Stands With Death

Avete presente i gruppi che si esibivano nel Bang Bang Bar di Twin Peaks di questa terza ultima stagione? Senza nulla togliere a tanti degli artisti che sono andati a chiudere i nuovi capitoli del capolavoro di David Lynch c'è da dire che The Dark Red Seed sarebbe stato perfetto. Perché dentro alla musica di questo Stands With Death c'è la quantità giusta di misterioso oscurità, di quel qualcosa che c'è sempre e che è difficile d'abbandonare. Ma c'è anche l'originalità di un discorso musicale molto ben guidato, che ha definito perfettamente i suoi punti d'arrivo.

The Dark Red Seed

I quasi 24 minuti di questo EP si dividono in tre lunghe tracce delle quali vi illustro più specificamente una.
Si tratta di quella centrale, The Tragedy of Alesund. In questo brano Larson da una dimostrazione di come ricreare un'atmosfera unica usando dei lunghi accordi di una chitarra oscurissima ed elegantissima. Su questa base travolgente la voce profonda trova modo di diventare una narrazione epica e dannata. Siamo di fronte ad un racconto avvincente del quale vogliamo sapere tutto, senza mai voler indovinare se è reale o un'invenzione. Non sono necessari stravolgimenti musicali o melodie vocali perfette, basta riuscir a creare questa calamita che ci porta a voler sapere di più, a capire come si chiude la storia e a riflettere su quello che abbiamo appena sentito.


Questa prima mostra di The Dark Red Seed è molto bella. Siamo di fronte a un progetto che raccoglie l'eredità di anni ed anni di cultura, di quella parte che si cerca di tenere nascosta ma che fa parte sia di noi che di una nazione gigantesca come quella statunitense. Stands With Death è un disco che dimostra che l'oscurità può essere profondamente elegante ed avere origini molto molto antichi.

Voto 8/10
The Dark Red Seed - Stands With Death
Prophecy Productions
Uscita 15.09.2017

martedì 12 settembre 2017

Fleshkiller - Awaken: la chiave è l'equidistanza

(Recensione di Awaken dei Fleshkiller)


Nella musica le filosofie musicali possono essere molto diverse. C'è chi ama insistere su una linea e diventare in un certo modo un riferimento imprescindibile. C'è invece chi cerca di mescolare le carte, di apportare sempre delle nuove novità a quello che viene suonato senza sbilanciarsi su un'unica direzione. Nel caso di chi decide di andare verso un unico mondo rimane sempre una sensazione di un certo fanatismo che vieta qualsiasi possibile contaminazione. Como se i punti di forza di un determinato genere fossero un elenco piccolo e quasi chiuso sui quali non è possibile dibattere. Personalmente, e chi legge da tempo questo blog lo sa bene, amo i progetti che non hanno confini, dove si cerca di fare quanto più possibile per dare una voce nuova alla musica.

Awaken

Partendo dalle premesse che ho appena fatto sin da subito posso affermare che Awaken, album di debutto della band norvegese Fleshkiller, è un lavoro molto ben strutturato e molto, molto interessante. Prima di spiegare il perché di questo giudizio veloce e spontaneo c'è però da dire che i musicisti che si celano dietro a questo progetto sono tutto tranne che degli sprovveduti. Basti pensare che provengono da esperienze musicali come Extol, The Burial o Tristania. Questo può già portarci a capire che siamo di fronte ad una serie di musicisti che non stanno a "perdere tempo" ma al contrario, vogliono dare un nuovo contributo al loro mondo musicale. E com'è questo contributo? E' una nuova sfumature dentro quello che possiamo chiamare progressive death metal. I brani che compongono questo primo lavoro sono delle complesse opere d'arte che nascono dentro agli elementi più caratteristici del death metal per poi espandersi in tutta una serie di elementi che vanno dal progressivo allo sperimentale. Ed è proprio quello che rende così interessante questo disco, perché offre una nuova visione di quello che può essere la musica oggi, in concreto il death metal.

Awaken

La chiave di tutto quello che c'è in Awaken è che, detto in un modo schietto, non ci sono fondamentalisti. Questo è un disco che nasce dentro al death metal ma non per quello si chiude lì, anzi, per chi segue quel genere con fervore ci sarà la sensazione di star ascoltando delle cose che non c'entrano molto con certi aspetti che sembrano essere intransigenti. Questo disco è progressivo e denota una grandissima capacità musicale di ciascuno dei componenti del gruppi ma sta ben lontano dalla pesantezza che regala la perfezione. Questo disco è sperimentale, o avanguardista, ma non ha quella caratteristica come faro principale, anzi, soltanto in certi momenti si avvicina a queste aperture. E' proprio questo modo di essere alla giusta distanza di ogni aspetto quello che finisce per regalarci un grandissimo disco. L'intenzione dei Fleshkiller sembra essere molto chiara, loro sono arrivati con questo primo disco ad un maturità che per tanti altri gruppi è frutto di anni ed anni di sviluppo e di prove. Il perché di questo sta nel fatto che tutti i componenti della band conoscono molto bene il proprio mestiere.

Awaken

Awaken sarà uno di quei dischi che aprono un periodo. Un disco che può servire come riferimento a chi cerca di percorrere nuove strade suonando generi che esistono da tempo. Infatti non mi è facile pensare ad altri gruppi che abbiano fatto un disco come quello composto dai Fleshkiller. Diciamo che così come in passato certi lavori hanno fatto capire che il death metal era tutto tranne che un genere condannato alla morte questo disco fa la stessa cosa. Siamo di fronte ad un lavoro che funziona perfettamente, che aggiunge senza togliere e che ha dei momenti veramente alti. 

Fleshkiller

Per spiegare quali sono i momenti di espansione dentro alla musica della band vi porto due esempi.
Su Parallel Kingdom, brano che apre il disco, viene subito evidenziato che il death metal che ci aspetta e tutto tranne che "puro". Questo perché l'utilizzo della voce pulita registrata su più tracce da una spazialità che ricorda gruppi come i Cynic o i più recenti Astronoid. Ma se si pensa che tutto il brano andrà in quella direzione ecco che la voce distorta ci inganna e ci porta a chiederci qual è la strada della band, quando in realtà scopriremo che la strada è proprio quella, quella che non si addentra mai in un'unica direzione.
Inherit invece regala un momento di apparente riposo dove la ritmica non è più frenetica come nelle altre tracce e dove c'è spazio a elementi progressivi che sono un altro dei fattori che entra in gioco nella musica della band, ma come detto prima non c'è un caccia aperta al maggiore virtuosismo possibile, è tutto studiato e ben pensato, un modo di dare più forza ad un discorso ben chiaro.


I Fleshkiller sono una band che avrà tanto da dire nei anni a venire. Questo perché partono da un punto dove non ci sono chiusure, dove la voglia è quella di non rimanere impietriti facendo qualcosa che in tanti hanno già fatto. Awaken è un disco di debutto che sorprende per la sua sicurezza, perché parte molto, molto in alto. E dunque fissatevi in testa questo nuovo nome, perché sarà un grande protagonista del panorama attuale del metal.

Voto 8,5/10
Fleshkiller - Awaken
Indie Recordings
Uscita 15.09.2017

lunedì 11 settembre 2017

Kaos Krew - Returno: quando l'hard rock diventa industrial

(Recensione di Returno dei Kaos Krew)


Se ci fermiamo a meditare su quello che è la musica industriale andiamo ad abbracciare un genere abbastanza giovane. Questo per via delle sue caratteristiche, da una parte strumentali che rendevano impossibile in passato l'esistenza di queste sonorità, perché, semplicemente, non esistevano gli strumenti o i mezzi per suonarla. Ma d'altra parte entra in gioco quello che cerca di comunicare, essendo un fedele riflesso di quello che sono gli ultimi decenni. Per quello si tende ad associare questa musica ad una estetica futuristica, quasi robotica.

Come dovrebbe sembrare logico il disco del quale vi parlo quest'oggi è un disco che prende molto spunti dalla musica industriale. Si tratta del quarto full-lenght dei finlandesi Kaos Krew. Ma come vedremo la cosa interessante è che questo disco non si muove soltanto in questo contesto, anzi, la parte industriale è soltanto un tassello dentro alla loro inventiva, che prevede molte più cose. Infatti molto spesso si tende a pensare a questo genere musicale come qualcosa di freddo, di molto calcolato che tende a prendere molta forza proprio dall'aspetto quasi neutro emotivamente parlando. Invece questo Returno è un disco dove lo spirito hard rock è tanto presente quanto la parte industrial. Questo potrebbe sembrare un grande controsenso perché sulla carta questi due generi sono quasi opposti. La sorpresa sta che in questo lavoro le caso vanno di pari passo con grande maestria. Com'è possibile arrivare a questo compromesso? Tutto dipende dalla capacità che c'è nel prendere un aspetto di uno ed un altro dell'altra parte. Diciamo che l'energia e il modo di fare musica provengono proprio dall'hard rock, invece tutti gli elementi che possono regalare qualche sfumatura diversa hanno origine nell'industrial.

Returno

Tradotto in musica quello che è questo Returno è un disco trascinante, che non cede mai minimamente all'idea di essere divertente ed energico per l'ascoltatore. Infatti non ci sono brani lenti o variazioni di dinamica nelle dieci tracce che compongono questo disco. Arrivati a questo punto verrebbe da chiedersi allora qual è l'elemento industrial visto che la descrizione appena fatta fa parte dall'idea di hard rock, di qualcosa quasi festiva che non si arresta mai. Ebbene, quell'altra parte è presente nel modo di concludere i brani, di aggiungere degli aspetti che lo rendono unico agli occhi di qualsiasi persona. In quel senso possiamo dividere strumentalmente le due parti. La base del gruppo è assolutamente rock, con chitarre, basso e batteria; la parte industrial, invece, viene a manifestarsi nell'utilizzo accurato di synth, tastiere e basi programmate. Senza di esse il discorso musicale dei Kaos Krew  rischierebbe di essere un po' banale e semplice, invece grazie a quella sfumatura questo disco diventa un contenitore di grande originalità. 

Come al solito quanto di fronte si hanno due elementi quasi opposti lavorare con questa contraddizione diventa prezioso e molto bello. Soprattutto perché ci si muove su sabbie mobili dove un solo passo falso rischierebbe di farci profondare.  Ed invece i Kaos Krew hanno in mano un'equilibrio effettivo. Partono con delle idee molto chiare e le inseguono in tutto questo Returno. Sanno che oramai nella musica non basta avere delle belle idee o essere riusciti a costruire delle melodie che funzionano bene. Serve altro, e quell'altro, in questo caso, è regalare alle loro composizioni degli elementi nuovi, di cose già esistenti ma messe in gioco con una luce inedita.

Kaos Krew

Per darvi un'idea di quello che intendo quando parlo delle caratteristiche di questo disco, vi invito ad ascoltare questi due brani:
Man Down, che sin dal primo momento lascia molto chiaro come si muove tutto quanto. I riff di chitarra iniziale lasciano spazio al lavoro della tastiera, che non ha alcun altro scopo di espandere i territori musicali sui quali si muove la band. Forse questo brano diventa più industriale con rispetto alle restanti tracce di questo disco. Ma vediamo anche delle melodie ricorrenti che definiscono la struttura di questo lavoro e quello che finisce per rimanere impresso nella testa dell'ascoltatore.
Il secondo brano è When Soldiers Cry e anche se ho indicato che questo è un disco che è sempre molto alto, in quanto a dinamica e voglia di raccontare cose questo potrebbe essere considerato come un punto d'inflessione. Per quello inizia con un ipnotico giro di basso che viene accresciuto dall'aggiunta di synth. E' un intro molto lunga per quello che fa la band ma è piena di pathos, in un certo modo diventa epica. Quando entra la voce sembra quasi di star ascoltando un brano dei Rammstein, ma basta che inizi il ritornello per rendersi conto che la direzione non è soltanto quella. La versatilità della voce fa un lavoro prezioso che regala nuovi elementi positivi sul lavoro della band.


Tirando le somme posso dire che Returno è un disco che si fa ascoltare con grandissima facilità. Non è un lavoro da riflettere o da studiare con cura perché non pretende prendere quella direzione. E' un disco con idee chiare e modi diretti. La formula dei Kaos Krew funziona molto bene, perché gioca con aspetti che sono diretti, divertenti ed energici. E come capita molto spesso, fare le cose facili è molto più difficile.

Voto 8/10
Kaos Krew - Returno
Inverse Records
Uscita 15.09.2017